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Facebook è sempre più live e privilegia i contenuti a pagamento

Non è una novità, ma Mark ZuckerbergCEO di Facebook – è solito comprare tutti (o quasi) i futuri trend (vedi Instagram, Whatsapp, Tbh etc) in modo da implementare periodicamente nuove funzionalità nella sua piattaforma.

Ogni giorno assistiamo all’evoluzione di Facebook e alle sue novità che mirano a rendere l’app indispensabile nella nostra quotidianità di persone, prima che di clienti. Usare i social è ormai utilissimo per restare in contatto con la propria rete di conoscenze e per essere informati sulle novità di ogni giorno; fare social media marketing anche, avendo un impatto sull’intero ecosistema dell’impresa.

Moltissimi sono i fattori che influenzano positivamente o negativamente l’algoritmo di Facebook, ma una cosa è certa: al centro c’è sempre l’utente e la UX, privilegiando le relazioni tra gli utenti piuttosto che le pagine.
Online e nei vari gruppi Facebook dedicati al social media marketing si vocifera che i test e gli esperimenti siano i responsabili del calo di reach riscontrata a livello globale nelle prime due settimane di ottobre. Ma che cosa sta sperimentando Facebook? Quali novità vedremo prossimamente?

In arrivo una doppia news feed

Addio a tutti i contenuti non sponsorizzati. In 6 diverse nazioni tra cui Slovacchia, Serbia e Sri Lanka si sta testando un feed secondario dove finiscono i post organici, lasciando quello principale focalizzato su post di amici e contenuti sponsorizzati.

Facebook è capace di veicolare un messaggio che raggiunge il giusto target in modo impareggiabile rispetto a qualsiasi altra strategia di marketing. È ormai necessario concepirlo come uno strumento di comunicazione aziendale, mai più disgiunto da un’attività di adv.

In una dichiarazione, Adam Mosseri, Head of News Feed Facebook ha affermato: “con tutte le possibili storie nel feed di ogni persona, lavoriamo sempre per collegare le persone con i post che trovano più significativi. Gli utenti ci hanno detto che vogliono un modo più semplice per visualizzare i post di amici e familiari, quindi stiamo testando due feed separati, uno come spazio dedicato ai post di amici e familiari e un altro come spazio dedicato ai post delle Pagine”.

Il nuovo feed per le Pagine in organico potrebbe diventare questo: https://www.facebook.com/explore/

Facebook stories nelle fanpage, nei gruppi e negli eventi

Nel prossimo mese, Facebook porterà le Storie in tutte le fanpage; le pagine avranno così la possibilità di creare Storie da condividere con i loro fan. Preparatevi dunque, i social dovranno essere parte del quotidiano in azienda.

Gli utenti che fanno parte di uno stesso gruppo o che partecipano allo stesso evento, possono pubblicare video e immagini nelle storie create dagli amministratori. Sarà quindi possibile raccontare una storia da più angolazioni diverse, condividendola in un unico luogo (e sempre per 24h) con gli altri invitati. Ogni post pubblicato sarà comunque gestibile in qualsiasi momento dagli stessi amministratori che potranno decidere se eliminarlo o non approvarlo. Questa feature dovrebbe già essere presente nella vostra newsfeed, l’avete già sperimentata? 😉

Aggiornamenti di stato temporanei

Con l’obiettivo di farci condividere sempre più informazioni all’interno della piattaforma e far interagire tra loro gli utenti, Facebook punta ancora una volta alla caducità e sperimenta i messaggi di stato temporanei, temporizzati.
Di cosa si tratta? della possibilità di poter aggiornare il proprio profilo attraverso un messaggio della lunghezza massima di 101 caratteri, di cui si potrà decidere la durata temporale per poter condividere le proprie attività in una dato momento della giornata. condividano sempre più informazioni all’interno della piattaforma per farli interagire sempre di più con tutti gli altri iscritti del social network.

Messenger Customer Chat

Permetterà di integrare la chat di Messenger direttamente nell’homepage di un sito web per permettere agli utenti di dialogare con i brand, fuori e dentro Facebook, rendendo più facili le conversazioni. Noi lo abbiamo già sperimentato su un paio di siti di nostri clienti, grazie ad un plug in. Se vuoi saperne di più, non esitare a scriverci!

Nuovo tool per le dirette video

Da tempo, il social network di Zuckerberg porta sui propri spazi spettatori e creator, ma solo recentemente ha ufficialmente spodestato YouTube dal trono. I contenuti video sono un key player ma il live-streaming fa una grossa differenza nelle strategie social; dalle parti di Menlo Park stanno sfruttando al meglio il potere delle dirette, implementando “Live Video Producer” un tool che permetterà di controllare i filmati da più sorgenti video in una sola diretta.

Risoluzione video in 4K

Alcune pagine hanno già la possibilità di utilizzare video in 4K grazie all’integrazione dello standard “UHD-1” (Ultra-High-Definition), ma in poche settimane il formato sarà esteso anche ad altri account per poi venir reso disponibile a livello globale.

Per il momento è tutto, siete pronti a sperimentare le nuove feature?

Alice Pomiato – Social Media Strategist

C’era una volta il marketing

Le storie funzionano: hanno sempre funzionato. Raccontare una storia è il metodo più semplice per catturare l’attenzione di qualcuno e per portarlo a compiere l’agognata conversione attraverso i “condividi” “compra” “chiama” e via dicendo.

Tuttavia le aspettative cambiano, i modi narrativi cambiano, cambiano le storie e, soprattutto, cambia chi le ascolta.

La premessa, per introdurre una diversa applicazione delle strategie volta ad attirare nuovi clienti: l’inbound marketing.

Il marketing tradizionale – outbound – si basa su una serie di attività di comunicazione “one way” che, in molti casi, pressano il consumatore attraverso campagne invasive come, solo per fare un paio di esempi, il telemarketing o l’invio forsennato di newsletter.

Questo tipo di comunicazione intrusiva e invadente non è efficace e, nella maggior parte dei casi, non incuriosisce il consumatore, anzi, lo infastidisce a tal punto da rendere irreversibile il processo di coinvolgimento e lascia un ricordo negativo del brand.

Senza contare che il marketing c.d. tradizionale troppo spesso è, per le aziende, troppo costoso e non porta a generare il numero di contatti necessario al reparto commerciale.

Con una buona strategia di Inbound marketing, lo scopo è quello di essere cercati dal consumatore creando in lui la curiosità, l’aspettativa e il desiderio di conoscere e usufruire del servizio e/o del prodotto.

La strategia alla base dell’inbound marketing è la comunicazione “two way” ovvero quella che prevede l’interazione e il coinvolgimento dell’utente consumatore.

Il consumatore attuale non si accontenta più di fruire di un determinato servizio o bene e questo molte aziende lo hanno capito:

il brand non è più una loro proprietà esclusiva ma è necessario condividerlo con i consumatori.

La campagna vincente non è quella che mette al centro il prodotto ma le interazioni di utenti che ne parlano, che utilizzano il passaparola on line, che commentano, recensiscono e condividono esperienze.

In definitiva, la strategia vincente chiamata inbound marketing non è altro che un’evoluzione della conversazione!

Non a caso vediamo il proliferare di marketing geolocalizzato, di sponsorizzazioni su social, e non più solo Facebook, vedi Instangram, Youtube, di nuove modalità di visualizzazione – 360, AR & VR, e infine il coinvolgimento di blogger e influencer utilissimi per la realizzazione di campagne pensate su uno storytelling reale, semplice, vero, immediato e, soprattutto, interattivo.

Se fai sentire il consumatore parte di qualcosa, vorrà lui stesso farne parte.

Vediamo come:

1. Content Marketing

I tuoi contenuti devono essere interessanti, utili, specifici (quindi non destinati a un target generico) e soprattutto freschi, attuali. Non puramente promozionali.

2. Social Network

Se non condividi, come fanno a sapere che esisti? Inoltre, dato di non poco conto: il 42% degli acquirenti preferisce comunicare attraverso social network.

3. SEO

I link ai tuoi contenuti sono ancora molto importanti per i motori di ricerca, ma è il contenuto stesso che sta diventando l’aspetto più rilevante per Google e di conseguenza per una strategia SEO.

4. PPC Advertising

Perfezionare il posizionamento in Google attraverso un mix di attività tra risultati organici e a pagamento aumenterà le opportunità di conversione.

5. IoT – Internet of Thing

La marcia in più: sono i nuovi accessori tecnologici, come gli smartwatch, che riescono a far connettere le persone in nuovi modi.

Cosa significa, dunque, Inbound Marketing in 4 parole? Attirare, Convertire, Concludere e, sopra ogni cosa, Intrattenere.

Per approfondimenti: State of inbound 2017

Federica Falchetta | Account

Infografiche: efficaci ed accattivanti

Non solo la prima impressione è quella che conta, ma è anche quella che perdura nel tempo.

I primi tratti percepiti di qualsiasi cosa in cui ci imbattiamo (che sia questa una persona, un oggetto o un servizio) influenzano la nostra percezione ed interpretazione degli altri tratti, siano questi positivi o negativi. Gli psicologi parlano di “Halo Effect“, un bias cognitivo per il quale la percezione di un tratto è influenzata dalla percezione di uno o più altri tratti.

Parlando quindi di prodotti o servizi, se il primo impatto di questi non è positivo, sarà difficile poi fidelizzare i potenziali consumatori. Il contenuto non basta.

La struttura grafica gioca un ruolo primario nella valutazione da parte del consumatore, quanto meno nella fase iniziale, in quanto viene presa in considerazione ancor prima del content.

Secondo David Melcher del Centro mente/cervello (CIMeC) di Trento «È stato anche dimostrato che siamo più bravi a cogliere l’informazione quando è veicolata con immagini e non solo con un testo: in alcuni casi ci mettiamo meno di un decimo di secondo a coglierne il significato.»

Proprio per questo motivo, le infografiche sono una leva sempre più utilizzata per incassare l’attenzione del pubblico, per esprimere informazioni in maniera semplice e accattivante per la loro sintetica ed immediata efficacia comunicativa.

Essenzialmente, un’infografica è la rappresentazione in forma visiva di informazioni. Si utilizza per comunicare in modo logico ed ordinato concetti e dati, per semplificare il processo decisionale e riassumere grandi quantità di dati.
Presenta informazioni che risulterebbero banali in modo divertente, permettendo di memorizzare più facilmente concetti aggiungendo livelli di significato e indicando il percorso mentale da seguire.

Grazie alla maggiore facilità di condivisione di un contenuto visivo rispetto ad un testo, gli articoli pubblicati, i post sui social e le pagine del sito, se affiancati ad originali infografiche risulteranno di grande attrattiva per l’utente e l’effetto virale sarà assicurato.

Attenzione però! L’infografica è un mezzo semplice e immediato, ma non significa che lo sia anche la sua creazione. Tutto il contrario!

L’infografica è un vero e proprio codice di linguaggio che segue le regole della grafica e che richiede esperienza e know how della disciplina. Dietro ai numeri, alle parole chiave e ai grafici, l’attenzione punta dritto al corretto utilizzo della tipografia, layout e colori.

Utilizzatissima dalle testate internazionali come “The Economist” e “New York Times”, da qualche tempo ha attratto l’interesse anche dei più innovativi progetti editoriali italiani, come “Linkiesta” e l’edizione italiana di “Wired”. Per poter proporre contenuti grafici sempre più strutturati a lato del team di giornalisti e blogger, queste realtà hanno deciso di inserire in redazione anche grafici e designer.

Per il nostro cliente Ingeco abbiamo sviluppato un progetto di comunicazione dove il concetto di energia, da core business dell’azienda, è divenuto elemento cardine in perfetto equilibrio tra grafica e testo. Un linguaggio che ha saputo coniugare sensibilità ambientale e rendimento economico, che sottolinea anche attraverso infografiche la costante applicazione di nuove tecnologie, per raggiungere i migliori risultati in termini economici e ambientali. Per vederne i risultati date un occhio al nostro portfolio.

Silvia Della Marina – Architetto & Graphic Designer

L’insostenibile leggerezza del budget

Nel comprare una casa, un’auto o uno strumento utile al mio benessere o al mio lavoro, mi pongo alcune domande, oppure le pongo alle persone di mia fiducia che hanno già affrontato queste spese, e in base alle risposte che mi do, e che ottengo dagli altri, formulo una decisione.

Tra le diverse valutazioni non può mancare quella, ovvia, sulla possibilità di spesa: che cifra posso mettere a disposizione per questo acquisto necessario? Sia che possegga denaro sufficiente, sia che debba chiedere un prestito, in ogni caso dovrò fare i conti con il budget a mia disposizione.

Il processo sopra esemplificato rappresenta una situazione nota alla maggioranza di noi e regolarmente messa in pratica.

Viene da domandarsi come mai, allora, durante un classico incontro cliente-agenzia, l’utilizzo da parte dell’agenzia della parola “budget”, in riferimento all’investimento previsionale in comunicazione o pubblicità, generi spesso nel cliente una reazione bronco-spasmica tale per cui si ha la netta sensazione di aver pronunciato una bestialità orrenda e inumana.

Sarà perché il cliente pensa che fornendo un budget (=previsione di spesa) allora l’agenzia non farà altro che chiedergli quella esatta cifra per svolgere qualsiasi attività di comunicazione? Oppure perchè teme di rendersi troppo (o troppo poco) appetibile? O, ancora, non dicendo niente, vuole mettere alla prova le capacità divinatorie dell’agenzia?

Tra le tante risposte possibili, forse (rifacendosi a Ockham) quella più semplice è quella più vera: non c’è alcun budget.
Capita molto spesso di avere a che fare con realtà imprenditoriali, anche di successo, che non si preoccupano di analizzare le effettive necessità, di porsi degli obiettivi e di definire degli adeguati budget, ma puntano semplicemente a spendere (non a investire) “il meno possibile“.

Così facendo, anche se l’agenzia svolgerà un buon lavoro, anche se l’azienda avrà degli strumenti validi da poter utilizzare, mancherà sempre quella base di analisi e di conseguente verifica che fa la differenza tra l’improvvisazione e l’imprenditoria.

L’agenzia a cui viene comunicato un budget ha a disposizione un’informazione fondamentale per strutturare una strategia o un piano di comunicazione che rispetti quel dato (efficienza) e che, allo stesso tempo, possa utilizzare al meglio l’investimento (efficacia).
Non serve essere multinazionali per definire e stanziare un budget di comunicazione, basta seguire uno dei 4 metodi proposti da Kotler.
Tra l’altro, definendo un budget, il cliente potrà confrontare effettivamente le agenzie che deciderà di interpellare e scegliere quella che saprà interpretare meglio la richiesta.

Non abbiate timore di definire e trasmettere un budget all’agenzia: il successo della vostra comunicazione e della vostra impresa passa anche da qui.

Giovanni Maria Rocca – Account & Strategic Planner

L’engagement sui social: le leve psicologiche dei brand

La brand awareness (o la riconoscibilità del marchio) è la capacità di un brand di essere riconoscibile e ricordato. Un processo complesso, che passa attraverso messaggi personalizzati, contenuti mirati e canali diversi.

Tra questi, i social media ricoprono un ruolo fondamentale, permettendo agli utenti di trovare informazioni (testo, immagini, video) che li riguardano e gli interessano.
Un brand crea e mette online contenuti con il fine di generare brand awareness; la condivisione di questi contenuti è altrettanto importante perché permette al messaggio trasmesso di raggiungere un pubblico ben più ampio.

Riuscire a capire cosa passa per la mente di chi ci segue, quindi, è la chiave per catturare la sua attenzione sui social.

A questo proposito, Fractl ha condotto una ricerca su duemila utenti per capire cosa li spinge a cliccare “mi piace” o “condividi”.

Perchè gli utenti condividono e perchè ci piace così tanto condividere?

Nelle piattaforme social si riproducono dinamiche psicologiche e sociali già ampiamente conosciute nella nostra vita reale. Un like o un commento positivo online stimolano un circuito cerebrale detto “sistema della ricompensa” che ci gratifica, provocando una sensazione di piacere. Reaction, commenti e condivisioni sono vere e proprie ricompense che ci appagano. Scrivere un post è per noi tutti motivo di piacere e appaga la nostra innata voglia di protagonismo e di consenso sociale.

Il 48% degli utenti condivide per fornire un contenuto interessante ai propri contatti
La prima ragione per cui si condivide qualcosa è per fornire ai propri contatti qualcosa di “interessante”, intrattenere il proprio network con un contenuto considerato stimolante.

Mettetevi nei panni di chi guarda: vi rispecchiate nel messaggio veicolato dal brand? Lo condividereste nella vostra bacheca (il vostro spazio personale) mettendoci la faccia?

Il 17% degli utenti condivide contenuti per diffondere temi a cui tiene e che reputa rilevanti
La costruzione della propria identità sui social media è sicuramente una leva molto importante: il contenuto che si sceglie di condividere racconta in qualche modo chi siamo e cosa è importante per noi. Il marketing deve quindi cogliere questa voglia di affermazione producendo contenuti “valoriali” nei quali gli utenti si possano identificare.

Il 13% degli utenti condivide contenuti che emozionano
L’emozione positiva viene condivisa maggiormente, ma anche indignazione, commozione o rabbia sono emozioni forti che si vogliono condividere con il proprio network e che possono diventare facilmente virali se la nostra cerchia di contatti la pensa come noi.

L’11% degli utenti condivide un contenuto che ritiene possa essere utile o educativo
La percentuale è relativamente bassa, ma importante. Un contenuto che spiega come un prodotto o servizio può risolvere una problematica quotidiana o professionale è una modalità efficace e utile ai brand per rispondere a questa motivazione. Lo è anche supportare una causa, per far prendere coscienza e spingere all’azione.

Alice Pomiato – Social Media Strategist

Botanic trend, un evergreen

Ogni anno il Pantone Colour Institute seleziona un colore dell’anno, una sfumatura simbolo di quello che sta accadendo nel mondo.

Greenery è stato proclamato il colore Pantone del 2017, un verde chiaro brillante ricco di freschezza ed energia che simboleggia nostra voglia di recuperare il legame con la natura.

Il trend natura si respira ogni giorno: siamo più propensi a preferire l’acquisto di oggetti e servizi a basso impatto ambientale, il turismo green è in crescita, la scelta di prodotti eco-bio è sempre maggiore. Circondarsi di verde, bere, mangiare o più in generale vivere “green” rappresenta uno stile di vita sostenibile e appetibile insieme.

Vediamo verde ovunque, con particolare attenzione alle narrazioni esotiche, alle tonalità oceaniche, alle forme cosmiche, alle stampe floreali rappresentate soprattutto con illustrazioni botaniche.

Fiori e piante foliage di ogni tipo diventano protagoniste; foglie di eucalipto, felci, piante aromatiche, rampicanti, muschi e piante succulente invadono il mondo delle arti visive: le illustrazioni botaniche dominano le discipline del design, della grafica, della fotografia, della moda, degli allestimenti.

 

 

Anche noi, nei dei diversi progetti realizzati per Neavita abbiamo percorso la strada del mood botanic realizzando dei pack dedicati al mondo di té, tisane e infusi.

Il packaging è l’elemento che entra più direttamente in contatto con il consumatore. Racconta la storia del prodotto stesso, stupisce, emoziona e generare identificazione nei valori del brand, facendo leva sull’emotività dello shopper.

Ogni cofanetto della Royal Box collection è stato personalizzato utilizzando immagini vintage elaborate e reinterpretate in chiave moderna, arricchite con i colori che identificano le categorie di prodotto.

 

 

La camelia sinensis caratterizza il pack di latta che contiene un té nero, la passiflora racchiude una tisana rilassante, la genziana custodisce una tisana digestiva e infine, i frutti rossi rappresentano la categoria degli infusi fruttati. A rendere più accattivante la collezione, un gioco tipografico sui lati dei pack, che va a comporre il messaggio “I LOVE TEA”.

 

Anna Tomietto – Art Director

La brand identity respira

L’approccio con un’azienda è spesso difficile, in particolar modo quando è necessario introdurre – ad un interlocutore piuttosto calato nella realtà terrena del commercio – concetti come brand identity  e/o personas  che semplicemente… non esistono.

Eppure “esistere” ed “essere realistici” non sempre sono sinonimi, ma facciamo un passo indietro.

Dato per assunto che la brand identity prenda corpo da un insieme di elementi connotativi che vanno al di là del prodotto, quali sono questi elementi e come possiamo codificarli?

Il processo di branding per un’azienda, delicatissimo ed insidioso, costringe a guardarsi allo specchio per capire quali siano le strategie ed i valori di base, ma i fattori principali del processo si fondano, parallelamente, sulla analisi delle tendenze, sul posizionamento e sul target .

E qui il primo grande paradosso: se da un lato le tendenze hanno a che fare con la domanda (1a variabile), il posizionamento con il prodotto (2a variabile)  mentre, dall’altro, i valori della brand identity devono essere granitici (1a grande costante) – pena la perdita della credibilità acquisita – come può un’azienda, nel corso degli anni, essere sempre coerente? Ed inoltre, il target che valore ha?

Proviamo, per un attimo, a seguire il Bianconiglio: immaginiamo la brand identity come un’entità viva e che respiri, con una propria personalità capace di evolversi e di adattarsi. Di fatto, non è così che cresce un essere umano? Mantenendo i tratti tipici, i valori, gli ideali nella stessa persona che muta e si adegua alle circostanze ed ai cambiamenti senza tradire sé stessa.

Non esiste l’infallibilità anche se “Sono passate due guerre mondiali e sono cambiati i gusti, le mode, gli scenari di business, ma Coca-Cola insegna ancora adesso, in modo sempre attuale, cos’è la gioventù e la voglia di vivere.” (Brand Identity Magazine)

A questo punto, parlare di target potrebbe risultare limitativo. Come è possibile, dunque,  identificare il pubblico di riferimento?

Se la brand identity ha un’anima, che ha il compito di travalicare le mode e le epoche, non può, a questo punto, orientarsi unicamente su un determinato, singolo modo di essere.

I canali social sono un utilissimo archivio per la raccolta di informazioni e, tra questi, You Tube è diventato una fonte inesauribile per milioni di italiani. Per l’80% degli utenti online, infatti, You Tube rappresenta la piattaforma preferita, ma per quale  motivo? Vi accedono per divertimento, per acquisire informazioni di vario genere come contenuti esclusivi, per imparare qualcosa di nuovo, per trovare le istruzioni per svolgere una determinata mansione e, non da ultimo, il 14% di loro utilizza il canale per verificare l’attendibilità di un brand  con ricerche finalizzate all’acquisto di un prodotto:

Gli italiani su YouTube studio sul profilo e il comportamento degli utenti_Pagina_7

You Tube, grazie alla sua duttilità, offre informazioni preziose ed estremamente diversificate. In base ad un recente studio del 2016 (“Gli italiani su YouTube – Studio sul profilo e il comportamento degli utenti”) gli utenti della piattaforma sono, relativamente al sesso, molto omogenei (53% uomini e 47% donne); tuttavia, tra questi, il 39% è over 45, il 42%  ha tra i 24 e i 44 anni ed il rimanente  19% si posiziona tra i 16 ed i 24 anni. Dunque, come è possibile stabilire un target?

Fatto il passo indietro, andiamo oltre per compiere una ulteriore grande astrazione basandoci, nondimeno, su dati reali raccolti per creare un modello virtuale che si adatti al cambiamento: le personas.

Si tratta di “personaggi” elaborati grazie a combinazioni di fattori ed ipotesi (ottenuti da dati reali) mescolati tra loro a rappresentare un macro utente, complesso dal punto di vista dei gusti, delle abitudini e degli orientamenti, che permette non solo di comprenderne le esigenze ma soprattutto di anticiparle. Ecco i nuovi consumatori i quali, per quanto appartenenti a macro insiemi con precisi capi saldi, sono a tal punto variegati da rendere incredibilmente multicolore lo stesso concetto di target .

Ora dovrebbe sembrare meno assurdo e meno paradossale (come il batterista heavy metal che ascolta Bach mentre legge ricette di cucina) accettare che, a dispetto del nome, la brand identity abbia insita la caratteristica della adattabilità e che proprio grazie ad essa riesca a consolidarsi ed a far acquisire autorevolezza nel tempo.

L’attenzione all’argomento pare aumentare sull’onda delle numerose statistiche stilate, a livello mondiale, circa le più longeve aziende ed i loro brand mentre torna l’edizione, il prossimo settembre, del Superbrands Award dove scopriremo, tra gli altri, anche quale sia il brand italiano più amato, i cui criteri distintivi andranno ricercati nell’appartenenza a realtà che continuino a credere nell’innovazione, nella sostenibilità e nella comunicazione.

 

Federica Falchetta – Account

Il valore della carta, oggi

La carta ha ancora valore? Sì, la nostra esperienza quotidiana ci porta a considerare il supporto cartaceo un prodotto importante per le aziende e i loro clienti. I consumatori, infatti, apprezzano ancora ricevere i materiali cartacei, perché il contatto fisico con i vari supporti dona un senso di sicurezza, e rafforza l’idea di professionalità e affidabilità dell’azienda.

A ogni tipologia di pubblicazione, in genere, corrisponde un determinato tipo di carta: ecco perché, al momento della stampa, è assolutamente fondamentale capire quale carta associare a un determinato progetto. Una decisione consapevole permette, infatti, di esaltare al meglio il messaggio contenuto nel supporto cartaceo scelto, e questo può essere possibile solo attraverso una profonda conoscenza delle peculiarità di ogni tipologia di carta. Ad esempio, per un’azienda “green” che desidera diffondere tematiche volte a preservare l’ambiente, sarà importante scegliere con attenzione i materiali per cataloghi e pack: utilizzare, quindi, una gamma di carte ecologiche, prodotte con materie “amiche dell’ambiente” tramite processi produttivi tutelati da brevetti internazionali risulterà una scelta vincente.

La progettazione diventa, dunque, fondamentale: si può scegliere tra carte prodotte con piante annuali, alghe, cuoio, residui agro alimentari, o scarti pre/post consumo che sostituiscono, in parte o del tutto, la cellulosa proveniente dagli alberi. Quest’ultime non sono affatto sinonimo di bassa qualità, ma anzi si adattano bene a prodotti di lusso: le aziende del settore calzaturiero, ad esempio, potrebbero utilizzare carta contenente residui di lavorazione del cuoio, per esaltare l’aspetto estetico e tattile del prodotto, e renderlo quindi inusuale e inedito.

Questa tipologia di progettazione risulta, quindi, molto interessante dal punto di vista creativo, in quanto richiede una costante ricerca di idee inedite e un approccio anticonvenzionale.

Per RUP-E, che si occupa di rifiuti organici, abbiamo realizzato dei biglietti da visita stampati su carta prodotta con residui di lavorazione agro alimentari. Se volete saperne di più, trovate il progetto nel nostro portfolio.

Silvia Della Marina – Architetto & Graphic Designer